Millennials e lezioni di linguistica
L'idea che sta alla base di questo articolo è una sola. Ed è una metafora. Cercherò di arrivare a spiegarla prendendola un po' larga e scrivendo meno banalità possibile.
Chi scrive quest'articolo ha un'età compresa tra i 18 ed i 25 anni ed è quindi stata etichettata, ormai da diversi anni, come "millennial". Nessuno è all'oscuro del significato di questa parola, che indica in origine nient'altro che un breve giro d'anni in cui una certa categoria di persone è nata. Come ogni parola, si è per sua intrinseca natura (o per la natura mutevole del genere umano, forse) evoluta, arricchendosi di sfumature, sobbarcandosi frecciatine, giudizi avventati, acquisendo un'ombra di negatività. Ombra che nessuno ha mai cercato di toglierle di dosso con troppa convinzione. E fin qui le banalità. Ma veniamo al perché sia così difficile osservare l'etichetta, la categoria, la definizione "millennials" con sguardo neutro, scrollandoci di dosso i pregiudizi e scrollandola dall'aura di antipatia e fastidio che ci genera.
Potrei dire che è perché è da sempre, da Esiodo a Platone a Seneca a mio zio, che le vecchie generazioni non sanno comprendere quelle giovani. Potrei aggiungere, riprendendo intelligenti idee altrui, che loro non hanno le categorie per comprenderci e che le categorie interpretative vecchie raramente funzionano su un mondo nuovo. Infine vorrei far presente un altro verissimo luogo comune (perché i luoghi comuni, checché ne dicano coloro che con tutte le loro forze tentano di prendere le distanze da essi, spesso centrano una notevole percentuale di come va il mondo): finché si è immersi in una realtà che è presente e non è ancora diventata storia, da guardare a distanza, un'interpretazione oggettiva è difficilmente raggiungibile.
Bene fin qui, ma avevo promesso delle non banalità e l'articolo è già troppo lungo. La mia (spero) non banalità è che neanche i millennials sanno come scagionarsi dalla colpa di essere tali. Non che non ne abbiano tutto l'interesse, ma è così difficile essere gli avvocati di sé stessi quando le accuse sono così numerose, così diverse, quando piovono da tutti i fronti. Quando, aggiungo, vogliono abbracciare una categoria a cui non solo i giovani non sono sicuri di voler appartenere, ma di cui a volte dubitano persino di fare parte. E allora che fare? Ognuno raccoglie la lista di accuse, spunta quelle che non lo riguardano e inizia a farsi un esame di coscienza e a difendersi da quelle che effettivamente sembrano parlare di sé?
Si può provare, certo. Ma la natura stessa delle accuse rende poco praticabile questo approccio. Si tratta ben poco dell'aver fatto o non fatto qualcosa. Quel che accade piuttosto, quando si dice "millennials", è di dire "siete così" e non "fate questo e quello". E allora cosa dovremmo fare? Dirvi "Non è vero, non siamo così", quando non abbiamo la più pallida idea di chi siamo?
(Perché, voi non millennials, lo sapete chi siete?)
Io sento di sapere pochissimo. Di certezze, poche o nessuna. Come tutte le generazioni penso che vorremmo lasciare un segno. Anche minuscolo, per quanto mi riguarda. Una scalfittura.
Non temete, la seconda parte del mio titolo sta per essere chiarita e l'articolo si avvia alla conclusione. La metafora che avevo promesso mi si è mostrata durante la mia prima lezione di linguistica italiana, quando mi è stata data la definizione di "occasionalismo". Con occasionalismi si intendono quelle parole che entrano per breve tempo nel lessico, che catturano l'attenzione per breve tempo e poi escono con molto meno clamore di quello con cui sembrava stessero entrando. Una gran prepotenza, un gran far parlare di sé all'inizio e poi puf, si scopre che quella coniazione lessicale non merita altro che l'etichetta di "occasionale". Ve lo ricordate "petaloso"? Ecco, così. E come questa ce ne sono centinaia.
Finalmente la metafora si spiega, il cerchio si chiude. Spero sia così anche per voi. Noi millennials facciamo piani, progetti li abbiamo, sogni moltissimi e paura di più. Vorremmo poter essere eroi, nel senso di persone da ricordare, come i protagonisti dei poemi epici. Chissà se loro sapevano chi erano, o se la definizione data dai loro autori la sentivano un po' stretta?
Vi giuro, le aspirazioni non ci mancano. Quando ci viene data fiducia, sentiamo di poter fare ed essere molto. Invece abbiamo paura di essere solo casi mediatici isolati e presto dimenticati. Potenziali protagonisti di un avvincente seminario di storia o di letteratura, terrorizzati, invece, di essere solo un en passant di una lezione di linguistica.
Giulia Coppi 29 Settembre 2019
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